top of page

“Storie di migrazioni”: numeri, diritti e storia al convegno di Torino

  • 28 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

Il 22 maggio 2026, FIDAPA BPW Sezione Torino e la Fondazione Educatorio della Provvidenza ETS hanno ospitato un pomeriggio di approfondimento sul fenomeno migratorio.

In un'aula magna più affollata del solito, il tema delle migrazioni è stato affrontato da tre punti di vista diversi e complementari: i dati e l'esperienza diretta del dottor Giulio Andrea Franco, funzionario ONU con tredici anni di esperienza nelle principali emergenze umanitarie mondiali; la prospettiva storica del professor Gianni Oliva, autore di oltre quaranta libri sulla storia d'Italia; la guida puntuale di Paolo Girola, giornalista, che ha moderato il tavolo.


Ad aprire il convegno Carlo Majorino, presidente della Fondazione Educatorio della Provvidenza ETS, che ha inquadrato l'iniziativa nelle linee strategiche dell'ente. La Fondazione — attiva sul territorio con programmi rivolti ai soggetti fragili e alla promozione culturale — ha fatto propria dal 2019 l'indicazione dell'OMS secondo cui investire in cultura produce benefici concreti e misurabili sulle comunità, validata da tremila ricerche scientifiche. In questa prospettiva, un convegno sulle migrazioni non è un'eccezione alla missione della Fondazione, ma una sua naturale espressione: conoscere i grandi cambiamenti del nostro tempo è condizione necessaria per chi opera a favore delle persone più vulnerabili.


Carlo Majorino passa la parola alla consigliera della Fondazione e Vicepresidente di FIDAPA BPW Sezione Torino, Anna Toffanin, promotrice del convegno. È stata lei a raccogliere la provocazione di un amico che le aveva suggerito il nome del dott. Franco come relatore, a costruire il programma, a tessere i fili tra le due organizzazioni. Ha presentato quindi FIDAPA BPW Italy, un’associazione femminile composta da circa 11.000 associate a livello nazionale e circa 2.000 in Piemonte, che aderisce alla Federazione Internazionale IFBPW (International Federation of Business and Professional Women). È articolata in 300 Sezioni distribuite su tutto il territorio nazionale, raggruppate in 7 Distretti. La FIDAPA BPW Italy è un movimento di opinione indipendente; non ha scopi di lucro, persegue i suoi obiettivi senza distinzione di etnia, lingua e religione e di opinioni politiche.

La Federazione ha lo scopo di promuovere, coordinare e sostenere le iniziative delle donne che operano nel campo delle Arti, delle Professioni e degli Affari, autonomamente o in collaborazione con altri Enti, Associazioni ed altri soggetti, al fine di rimuovere ogni forma di discriminazione a favore delle donne.


La dott.ssa Toffanin chiude la sua introduzione con un'osservazione che vale come manifesto: capire la geopolitica è diventata una competenza indispensabile, quasi quanto saper usare un foglio di calcolo. Il convegno odierno nasce proprio da questa convinzione.


Torino, laboratorio di integrazione


Prima di cedere la parola ai relatori, Paolo Girola ha inquadrato il fenomeno con i dati del territorio. Torino è una città in cui la presenza straniera pesa più che altrove: il 16% della popolazione, 132.000 persone. Un dato che nel 2025 ha cambiato persino il saldo demografico della città: 1.565 abitanti italiani in meno, 3.591 stranieri in più. Senza i nuovi arrivati, Torino avrebbe perso popolazione. I minori stranieri rappresentano già il 23% della fascia 0-17 anni.

Sul piano nazionale, ha ricordato Girola, i numeri raccontano una realtà più sfumata di quella che il dibattito politico restituisce. I 440.000 ingressi registrati nel 2025 non sono irregolari: comprendono ingressi per lavoro, studio, ricongiungimento familiare e protezione internazionale. Gli sbarchi sono calati del 40% rispetto all'anno precedente. E il decreto flussi prevede per il 2026 164.000 ingressi regolari. "Questo fenomeno non sarà episodico, non è un fenomeno emergenziale, ma strutturale almeno per un bel po' di anni", ha osservato. La vera questione, ha concluso, è che all'Italia manca ancora una strategia chiara di integrazione: "Così il fenomeno migratorio resta soltanto un elemento di scontro politico."


I numeri delle migrazioni


Il dott. Franco ha aperto il suo intervento con una provocazione: quante persone pensate siano sbarcate in Italia nell'ultimo anno? La risposta degli interlocutori tende sempre verso centinaia di migliaia, a volte il milione. La realtà: nel 2025 gli sbarchi sono stati 66.296, in linea con i 66.617 del 2024, dopo il picco di 157.651 nel 2023.

Ma gli sbarchi, ha ricordato Franco, non sono la porta d'ingresso principale per chi richiede asilo in Italia: la maggior parte degli arrivi avviene via terra o via aerea. Nel 2025 le domande di protezione internazionale presentate sono state circa 126.600, con l'Italia seconda in Europa per numero di richieste dopo la Spagna. Di queste, solo il 7-7,6% ha ottenuto lo status di rifugiato in prima istanza, contro una media UE del 22%.

Un dato che non significa che l'Italia non rispetti la Convenzione di Ginevra, ha precisato il relatore, ma che molte domande vengono presentate da persone provenienti da paesi considerati sicuri — Bangladesh, Perù, Pakistan, Marocco, Egitto — che non rientrano nei criteri della protezione internazionale. Il problema è a monte: i decreti flussi, che nel 2025 prevedevano 196.000 ingressi regolari per lavoro, sono stati utilizzati solo al 17%, perché i tempi di attesa per l'autorizzazione arrivano a sei mesi, rendendo lo strumento inutilizzabile per datori di lavoro che hanno bisogno di manodopera nell'immediato. Chi arriva e non trova lavoro ricorre alla domanda di asilo come unico strumento per restare sul territorio.

Sul piano globale, i numeri sono ancora più imponenti: secondo i dati UNHCR aggiornati a giugno 2025, i profughi nel mondo sono 117,3 milioni — il doppio rispetto a dieci anni fa. Più del 40% sono minori, e oltre il 73% è ospitato nei paesi a basso e medio reddito, non in Occidente. Un'asimmetria che Franco ha sottolineato con forza: sono i paesi con meno risorse a farsi carico della maggior parte del fenomeno.


Kakuma: quando il campo profughi diventa città


Il dott. Franco ha poi portato la sua testimonianza diretta dal campo di Kakuma, nel nord-ovest del Kenya, dove ha servito per due anni con l'UNHCR. Nato trentatré anni fa come campo temporaneo al confine con il Sudan del Sud, Kakuma è oggi una città di oltre 300.000 persone provenienti da 21 paesi — paragonabile per dimensioni a Bari. È stato uno dei primi laboratori del Comprehensive Refugee Response Framework (CRRF) delle Nazioni Unite: un approccio che punta non più sui campi chiusi ma su insediamenti integrati, dove la popolazione rifugiata e quella locale condividono servizi e opportunità economiche, in una logica di win-win. Lontano dalla perfezione, ha ammesso il relatore, ma un esempio concreto che "chiudere i confini non serve, aprirli senza controllo non serve: si può affrontare la migrazione decisamente meglio."

 

La storia insegna: l'Italia è sempre stata paese di migranti


Il professor Gianni Oliva ha offerto la prospettiva della storia, partendo da una domanda scomoda: cosa intendiamo quando parliamo di "italianità"? La penisola è stata abitata nei secoli da popolazioni italiche, Greci, Fenici, Romani, Longobardi, Normanni, Arabi. Ogni ondata ha mescolato, trasformato, arricchito. Parlare di un'identità italiana pura e immutabile è, semplicemente, privo di fondamento storico.


Poi Oliva ha portato il discorso più vicino a noi, su Torino e sul Piemonte. Alla fine dell'Ottocento erano i piemontesi stessi — quelli delle vallate alpine, della Val di Susa, della Val di Lanzo — i primi migranti interni, attratti dalla nascente industria cittadina. Poi, con l'esplosione della Fiat — da 4.000 dipendenti nel 1914 a 42.000 nel 1918 — arrivarono i veneti, soprattutto dopo la grande alluvione del Polesine del 1951. Infine, negli anni del boom economico, il Sud Italia: calabresi, siciliani, campani, che trasformarono per sempre il volto di Torino e dei comuni dell'area metropolitana. Grugliasco, Collegno, Venaria erano paesi. Nel giro di pochi decenni diventarono città.


"Quello che si diceva di questi immigrati è esattamente quello che si dice oggi di chi arriva da fuori", ha osservato Oliva. "Puzzano, non si lavano, sono pigri, sono incivili." Eppure erano operai con dialetti appena diversi dal torinese. E c'erano persino i cartelli — fotografati, documentati — affissi per scoraggiarli. Poi tutto si è dissolto, ha ricordato il professore, grazie alle risorse del boom: le amministrazioni dell'epoca avevano la capacità di costruire in fretta scuole, ospedali, case popolari, centri sportivi. "L'integrazione non è un buon proposito che si evoca a parole. È mettere a disposizione di una comunità ciò che serve per il proprio benessere."


L'Italia, ha ricordato Oliva, è stata anche un grande paese di emigrazione. 6,4 milioni di italiani sono oggi iscritti all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) — un milione in più degli stranieri residenti in Italia. Comunità italiane radicate da generazioni in Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay. Alla fine dell'Ottocento la pressione migratoria era tale che si arrivò a immaginare le colonie africane come valvola di sfogo: la conquista della Libia nel 1911 fu presentata dai giornali dell'epoca come la conquista di una terra fertile e ricca, pronta ad accogliere gli italiani in eccesso. Una narrazione, ha osservato Oliva con ironia, che si rivelò completamente falsa.


Oggi le cause delle migrazioni sono cambiate. Non più solo la ricerca di lavoro o di condizioni di vita migliori, ma guerre e conflitti che non si chiudono e continuano ad accumularsi. "Oggi ci sono 57 guerre in corso", ha detto. "Le guerre non si stanno risolvendo, si accumulano." E finché non si accumulano anche le risorse per integrare, il problema resterà irrisolto.


Meno propaganda, più concretezza


Il dibattito finale ha trasformato la riflessione in proposte. Dalla sala sono emerse indicazioni precise: permettere ai richiedenti asilo di lavorare fin dalla presentazione della domanda, eliminando i due mesi di attesa previsti dalla normativa attuale; rivedere la legge Bossi-Fini, che ha di fatto eliminato i corridoi umanitari; velocizzare i decreti flussi, oggi troppo lenti per rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro; far emergere il lavoro nero, che priva l'Italia di un gettito fiscale enorme e lascia migliaia di lavoratori stranieri in condizioni di sfruttamento.


"Su certi argomenti non bisogna fare propaganda, bisogna agire concretamente", ha sintetizzato Oliva. Una posizione condivisa da entrambi i relatori.


La conoscenza come primo passo


Alla conclusione dei lavori Anna Toffanin, rivolgendosi alla platea e alla ONG Movimento Sviluppo e Pace MSP ETS, ha affermato “I nostri relatori ci hanno indicato la strada da percorrere: fare progettualità insieme per l’educazione dei giovani alla mondialità”.

 

Ha inoltre omaggiato i relatori con una targa ricordo, trovando per ognuno le parole giuste: al professor Oliva per aver aiutato a comprendere il presente attraverso la storia; a Paolo Girola per la moderazione appassionata; al dottor Franco per aver mostrato "ciò che spesso il mondo preferisce non vedere".


Il messaggio implicito del pomeriggio è stato semplice: il fenomeno migratorio non è un'emergenza da gestire nell'immediato, ma una realtà strutturale che richiede strumenti, risorse e — soprattutto — conoscenza. Che è esattamente ciò che eventi come questo cercano di costruire.


Articolo di Roberta Liberale





 
 
 

Commenti


bottom of page